LETTERA ALL'EDITORE
Caro Bino Rebellato,
lei mi ha detto delle cose molto
belle e importanti, che se fossero attuabili darebbero un volto
nuovo alla nostra società; lei mi ha parlato dell'incontro tra il
Nord e il Sud, incontro sul piano umano, sul piano delle intese, del
progresso, nel nome della poesia.
Ma io ora, proprio perché
spinto dall'amarezza di certe situazioni che si vanno creando giorno
per giorno quaggiù, dico a lei: come può avvenire ciò, quando è
proprio il Sud che resta sordo ad ogni richiamo? Nel Sud è ancora il
potere che conta, il potere inteso nella sua forma più deteriore, e
questo sta nelle mani dei politici e degli avventurieri.
Il
popolo, come sempre, cade nel giuoco delle clientele e noi, quelli
cioè che credono veramente nel progresso del Sud nel nome della
cultura e della democrazia; quelli che hanno amato Salvemini e
Scotellaro, noi dicevo, non abbiamo voce, ci isoliamo in una
continua protesta e per tirare a campare dobbiamo ricorrere ai
politici e agli avventurieri.
I contadini non credono in noi,
forse perché non riusciamo a creare intorno a loro l'atmosfera del
protezionismo; noi che facciamo, per così dire, la cultura, non
siamo "uomini d'azione", non rappresentiamo nemmeno lontanamente lo
Stato di Roma. Forse per questo i contadini non ci amano; essi amano
sentirsi dominati, perché sono schiavi di vecchi sistemi e la loro
mentalità, io credo, è rimasta quella di cinquant'anni addietro.
Ecco perché quelli che prima di noi hanno fatto la cultura hanno
dovuto abbandonare, sono scappati, per non morire. Fino a qualche
tempo fa abbiamo pensato che il loro abbandono fosse stato un
tradimento, li abbiamo giudicati anche; ma ci siamo sorpresi un
giorno a pensare e a maturare la stessa idea: anche noi ora vogliamo
abbandonare per non morire soffocati nella nebbia del conformismo e
del compromesso, perché abbiamo creduto nella cultura non solo come
a un'esigenza interiore di completamento, ma anche come a uno
stimolo essenziale per il progresso del popolo.
Tante volte
però mi chiedo se la colpa non è nostra, che forse noi non ci siamo
avvicinati al popolo. Ma poi penso a Rocco, lui ha passato tutta la
vita coi contadini, li ha difesi, e cosa è rimasto ora di Rocco? Il
ricordo, presso qualcuno, di un ragazzo spregiudicato, buono: di un
sindaco che ha fatto il carcere per la politica; di un ardente
socialista che alzava la bandiera rossa negli scioperi. Ma della sua
parola quaggiù, glielo dico io, non è rimasto nulla, forse perché
non ha avuto il tempo per farsi ascoltare meglio. Dico questo per
scusare il popolo, ma non ne sono convinto. Io ora ce l'ho con il
popolo che si lascia vincere e suggestionare, ce l'ho con tutti
quelli che sfruttano la situazione. Il Sud resta sempre una grossa
piaga nel cuore della nazione, il Sud non ha ancora una sua
coscienza libera, questa è la conclusione.
Noi qui
lavoriamo in un ambiente assolutamente disinteressato e se facciamo
delle cose lo dobbiamo a noi, alla nostra volontà, al nostro
desiderio di sopravvivere.
La saluto
cordialmente.
Mario Trufelli
Matera, luglio 1958